Luca Isotti Fondazione don Gnocchi

Oggi, per il caffè delle 11.00 ci troviamo a chiacchierare con un nostro amico storico, Luca Isotti da sempre impegnato nel Fundraising ed oggi Responsabile della Raccolta Fondi di Fondazione Don Gnocchi.

Ciao Luca, è iniziata per te una nuova avventura lavorativa. Una sfida in una grande realtà con una storia importante alle spalle e probabilmente tanti bei progetti per il futuro. Ci racconti l’essenza del messaggio di Don Gnocchi?

Per comprendere l’essenza della Don Gnocchi è necessario conoscere il cammino e l’esperienza vissuta da Don Carlo. Nel ‘42 parte per il fronte russo, come cappellano degli alpini della Tridentina. Nel gennaio del ‘43 inizia la drammatica ritirata del contingente italiano: Don Carlo, caduto stremato ai margini della pista dove passava la fiumana dei soldati, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato.

È proprio in questa tragica esperienza che, assistendo gli alpini feriti e morenti e raccogliendone le ultime volontà, matura in lui l’idea di realizzare una grande opera di carità che troverà compimento, dopo la guerra, nella Fondazione Pro Juventute.

A partire dal 1945 comincia a prendere forma concreta quel progetto di aiuto ai sofferenti appena abbozzato negli anni della guerra: Don Carlo viene nominato direttore dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio (Co), dove accoglie i primi orfani di guerra e bambini mutilati. Inizia così l’opera che lo porterà a guadagnare sul campo il titolo più meritorio di “padre dei mutilatini“.

Ben presto la struttura di Arosio si rivelerà insufficiente ad accogliere i piccoli ospiti che arrivavano da tutta Italia e nel 1947, gli viene concessa in affitto, a una cifra simbolica, una grande casa a Cassano Magnago (VA).

Da questo momento uno dopo l’altro, aprono nuovi collegi: Parma (1949), Pessano con Bornago (1949), Torino (1950), Inverigo (1950), Roma (1950), Salerno (1950), Pozzolatico (1951).

Cosa c’è di innovativo, rispetto a quei tempi, nell’operato di Don Gnocchi?

Don Carlo concepisce i propri collegi in maniera nuova, molto innovativa: non più puri e semplici ricoveri, ma luoghi tesi a favorire la maturazione affettiva e intellettuale dei ragazzi, con cure mediche e chirurgiche, istruzione scolastica e formazione professionale. Il tutto in anni nei quali la medicina riabilitativa doveva ancora compiere i propri passi.

Fodnazione don GnocchiL’ultimo gesto profetico della sua vita fu la donazione delle sue cornee a due ragazzi non vedenti – Silvio Colagrande e Amabile Battistello – quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato dalla legge.

Il doppio intervento riesce perfettamente, sollevando grande clamore non solo tra l’opinione pubblica, ma anche nel mondo dei giuristi e dei teologi: è grazie a Don Gnocchi che il Parlamento italiano vara le prime norme sui trapianti d’organo, mentre sul versante morale Papa Pio XII, nell’Angelus della domenica successiva alla morte, avalla il generoso gesto, ponendo a tacere qualsiasi osservazione contraria o dubitativa.

Come viene applicato, oggi, il volere di Don Gnocchi nelle attività della Fondazione?

Da settant’anni la Fondazione è al servizio delle persone più fragili, in ogni stagione della vita. Oggi l’opera sognata e voluta dal beato Don Carlo Gnocchi è una realtà impegnata, in Italia e nel mondo, nell’assistenza e nella riabilitazione di persone con disabilità o colpite da gravi patologie invalidanti e anziani non autosufficienti, senza mai dimenticare il suo ammonimento: “condividere la sofferenza è il primo atto terapeutico.”

La ricerca scientifica, e tutti ne comprendiamo l’importanza, che ruolo ha assunto in Fondazione? In quali attività concentrate i vostri sforzi?

Don Carlo fu tra i primi a comprendere che la sola cura e l’assistenza non possono bastare ad alleviare la sofferenza di chi vive una situazione di svantaggio psico-fisico. Ci vuole uno sforzo in più e quello sforzo lo deve fare la ricerca scientifica. Solo così è possibile trovare, sperimentare e applicare tecnologie e studi che possono curare meglio e più in fretta.

Ogni giorno, attraverso i nostri ricercatori e gli studi che svolgono, cerchiamo il modo migliore e più innovativo per essere vicini ai nostri pazienti e dare loro l’aiuto più efficace per guarire.

L’attività di ricerca scientifica e innovazione tecnologica è componente costitutiva della Fondazione Don Gnocchi, riconosciuta Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS). I Centri, in collegamento con Università ed Enti di ricerca nazionali internazionali, sono specializzati nei settori biomedico, biotecnologico e nella sperimentazione clinica per individuare nuovi metodi e nuove tecnologie per il recupero dei deficit e la riduzione delle condizioni di disabilità, attraverso soluzioni praticabili e accessibili a tutti.

Quanto è difficile oggi strutturare una campagna di raccolta fondi a sostegno di realtà che operano da sempre nell’aiuto e nel sostegno dei più deboli? In quali ambiti vi muovete?

Oggi è difficile come ieri e come domani. Ogni epoca, ogni momento è differente non è più facile o difficile, è differente. Diventa difficile se non capiamo la realtà nella quale ci troviamo e continuiamo a fare le stesse cose di prima.  La mission e i valori della Don Gnocchi non cambiano ma cambiano i bisogni, è questo il fulcro centrale. Noi da sempre siamo accanto ai più fragili, all’inizio erano i mutilatini (bambini mutilati a causa dello scoppio delle mine) oggi, sono persone con malattie degenerative quali Alzheimer, Parkinson o SLA oppure sono pazienti colpiti da ictus, infarto o traumi che rimangono in stato vegetativo o si risvegliano dal coma e hanno bisogno di un lungo percorso riabilitativo. Cure costose che senza l’aiuto dei sostenitori e delle persone generose faremmo fatica a mantenere costanti.  Lo stesso discorso vale per la strutturazione di una campagna di fundraising. La “causa” rimane il nucleo importante, ma oggi abbiamo a disposizione numerosi strumenti, più immediati, che ci possono aiutare come i social, i video, le newsletter elettroniche. Possiamo raggiungere molte più persone e dobbiamo essere più bravi a formulare il messaggio perché, rispetto a qualche anno fa le persone, proprio per questa immediatezza della comunicazione, ricevono molti più messaggi e sono un po’ più “distratte”.  Usare e trovare il modo e il tono più adatto nel comunicare il “bisogno” è l’arma vincente.

Con la tua esperienza più che ventennale ci stai dicendo che è cambiato il modo di comunicare soprattutto nell’uso della tecnologia. Quanto ci aiuterà in futuro?

Non è cambiato il modo sono cambiati gli strumenti. Mi spiego, secondo me il fundraising si fonda da sempre su quattro pilastri fondamentali: il primo è far sapere che esisto, il secondo è far sapere cosa faccio, terzo, chiedere sostegno e infine il quarto è ringraziare e comunicare con trasparenza come ho utilizzato i fondi raccolti.

Questi quattro pilastri non cambiano e non devono assolutamente cambiare, certamente  si usano e si useranno nuovi strumenti di comunicazione perché in questo la tecnologia ci aiuta e ci aiuterà sempre di più.

Oggi tramite i social posso rivolgermi a molte più persone con costi molto più contenuti, posso conoscere meglio chi sono i miei donatori e indirizzare la mia comunicazione nei canali più adatti al mio target.

Molte cose possono migliorare e cambiare grazie alla tecnologia ma una cosa non può e non deve cambiare: l’anima e il cuore del fundraiser.